Furore - di John Steinbeck
Tom Wolfe disse: "La grande letteratura americana è finita con John Steinbeck. Dopo di lui, il diluvio."
INTRO
Non so se sia vero quello che diceva Wolfe, probabilmente no, ma di certo Furore è un romanzo immenso. Ha richiesto 100 giorni di lavoro ed è basato sugli articoli del San Francisco News dedicati all'epopea dei contadini poveri del Midwest che sono stati cacciati dalle loro terre e attratti verso la California. Cacciati dal clima (tempeste di polvere), dalla meccanizzazione (un trattore fa il lavoro di dieci uomini), dalla fetida lussuria per il denaro che i grandi manipolatori delle ricchezze e dei poteri hanno sempre avuto come malattia genetica, infatti i conti venivano fatti sul centesimo di dollaro e se il centesimo diceva caccia una famiglia si cacciava una famiglia; attratti verso la California da un'operazione di chiamata alle armi, anzi alle zappe, promettendo lavoro per tutti nella fertile terra dell'ovest, facendo affluire maestranze in eccesso così i soliti lerci sommi manipolatori, parenti di quelli dell'est, potessero offrire paghe sempre più basse, al limite della fame, a gente che la fame ce l'aveva già. Facile fare soldi così. Siamo nella grande depressione, siamo negli anni '30 del novecento.
Furore racconta il viaggio della famiglia Joad, che su un vecchio camion scassato, un Hudson Super Six, percorre duemila miglia in cerca di un futuro e di speranza.
STILE
Taglierò corto sullo stile: è perfetto. Il nobel a Steinbeck nel 1962 non lo hanno dato per caso. Il romanzo è stato bestseller per due anni e non è invecchiato per niente. Io ho letto l'edizione Bompiani. Per tutto il romanzo avremo a che fare con termini (ovviamente tradotti e interpretati) che richiamano un modo di esprimersi ignorante e popolare, da contadini dell'Oklahoma, per esempio "Tocca fare..." (mille volte), "Capace che..." (duemila volte), i due genitori della famiglia sono sempre e solo Ma' e Pa' solo in un paio di occasioni ci viene ricordato il nome del papà. Nemmeno nella narrazione (ovvero fuori dai dialoghi) vengono citati i nomi dei due, abbiamo proprio "Ma' mise rami secchi nel fonetto...". Questo ci fa entrare di brutto nell'atmosfera e il flusso non viene interrotto mai, nemmeno dei capitoli che passano dal narratore onniscente alla prima persona, perché sono perfettamente conseguenti a situazioni appena viste e rappresentano un inserimento nelle menti dei personaggi gestito alla perfezione. Se proprio devo a tutti i costi evidenziare un elemento che ho gradito meno... ve lo dico alla fine dopo l'allarme spoiler.
NOTA STORICA
La denuncia di Steinbeck è così amara, vergognosa e pruriginosa che qualcuno provò a smontare la sua narrazione, a dire che l'epopea non è mai stata così dura e che l'autore si è inventato tanta roba. Altri, gente del calibro di Carey McWilliams, commissario per l'immigrazione in California e giornalista per il Nation, hanno invece trovato conferme delle tremende condizioni di vita di questa gente. Verificate voi, c'è modo di farlo.
COSA NE PENSO
Furore è un meraviglioso e struggente viaggio nella dignità dei poveri. Qui non sono i poveri più classici, afroamericani per esempio, ma bianchi protestanti che sono stati poveri anche loro nel modo più assoluto. Assoluto! Senza casa, senza prospettive per il futuro, senza protezione, con soldi contati per tentare la fortuna dall'altro capo dell'America del nord, con il cibo preparato ammazzando il maiale della fattoria che stavano lasciado, tanto la terra era secca e sterile. Con immensa forza d'animo e con l'immensa forza della famiglia, i Joad vanno avanti, un miglio dopo l'altro, una notte dopo l'altra, contro un mondo che li vuole usare, masticare, sputare dopo averci fatto due soldi. I Joad mangiano polenta fritta nel lardo e dormono su un camion o in condizioni appena un po' migliori quando hanno fortuna. I Joad raccolgono legna nei boschi per accendere un fornello e non hanno zucchero per il caffé. Nessuna giustizia gli è dovuta, perché la giustizia dei poveri se ne frega, almeno nella gloriosa America degli anni '30 che vedeva brillare i megamiliardari le cui prodezze possiamo gustare in un altro grandissimo libro, ovvero "Il grande Gatsby". Al tempo pare che gli imperi si costruissero sulle ossa dei lavoratori, che i sacchi di dollari si pesassero mettendo anime sull'altro piatto della bilancia e Steinbeck sbatte in faccia tutto questo con un'efficacia che deve aver fatto malissimo ai porci placcati oro.
C'è un punto nella narrazione che mi ha toccato da vicino: diversi uomini stanno costruendo un argine di fortuna contro un'alluvione in arrivo. Scavano e posizionano la terra e vedono l'acqua salire e superare dei rametti messi per capire il livello. Lavorano e lavorano e temono di perdere contro l'acqua e chiudono le falle e... non vi dico come finisce, ma io ho vissuto questa situazione in Emilia. Scavavamo di notte la terra dei giardini per fare sacchi contro l'alluvione e l'acqua era lì, oltre i sacchi, al colmo, e noi scavavamo e i bambini chiudevano le falle mentre i grandi facevano buchi nei giardini per difendere la casa dall'acqua. Una cosa sola manca nelle scene descritte da Steinbeck: il freddo. Quando ti immergi nell'acqua per recuperare delle cose prima che sia tardi il freddo tremendo ti entra nell'anima.
Comunque...
"Furore" è un super mito da leggere senza indugio, nell'edizione curata da Sergio Claudio Perroni (Bompiani) che ha sistemato una serie di gravi modifiche dell'edizione e traduzione 1940 (ma non lo so, ho letto che è così, fate voi).
CITAZIONI
"L'autista lo guardò serrando le palpebre e continuò a masticare, come se pensieri e impressioni venissero vagliati e catalogati dalle sue mascelle prima di essere finalmente archiviati nel cervello"
"Magari tutti gli uomini messi insieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino."
"L'uomo seduto sul seggiolino di ferro [Nota: del trattore che con la sua forza porta via il lavoro a più di una famiglia] non sembrava un uomo; indossava guanti, occhiali protettivi e una maschera di caucciù che copriva il naso e la bocca: era una parte del mostro, un robot sul seggiolino"
"Ho imparato a scrivere che manco te l'immagini. Pure uccelli e roba così, mica solo a scrivere parole. Chissà come ci resta male il mio vecchio appena gli faccio un uccello con una botta di matita. Capace che diventa una bestia se mi vede che faccio una roba così. Non gli piacciono queste cose da ricchi. Non gli piace manco scrivere le parole. Gli mette paura, mi sa. Ogni volta che Pa' ha visto roba scritta era qualcuno che gli portava via qualcosa."
"Ecco, chi fa affari deve dire bugie e dare fregature, solo che le chiama in un altro modo. È questa la cosa importante. Se tu quella gomma la rubavi eri un ladro, ma lui ha cercato di fregarti quattro dollari per una gomma scassata. E per loro non si chiama furto, si chiama buon affare."
"Quando un cavallo ha finito il suo lavoro e torna nella stalla, c'è ancora vita e vigore in lui, c'è un respiro e un calore, e gli zoccoli strusciano sulla paglia, e le ganasce triturano il fieno, e le orecchie e gli occhi sono vivi. Nella stalla c'è un calore di vita, c'è l'energia e l'odore della vita. Ma quando il motore di un trattore di ferma, è morto come il metallo da cui proviene. Il calore lo abbandona come il calore della vita abbandona un cadavere. Poi le porte di lamiera ondulata di chiudono e l'uomo del trattore va a casa in macchina, anche a venti miglia da lì, e non dovrà tornare per settimane o perfino mesi, perché il trattore è una cosa morta. E tutto questo è facile ed efficiente."
"È un paese libero. Allora provate a fare qualcosa liberamente. Vi diranno che uno ha tanta libertà quanta se ne può comprare."
"Io sono solo dolore con un poì di pelle intorno."
"Se gli serve un milione di acri per sentirsi ricco mi sa che gli serve perché si sente molto povero dentro; e se è povero dentro, non c'è nessun milione di acri che lo può far sentire ricco, e magari è scontento che niente di quello che fa riesce a farlo sentire ricco [...] Non è che voglio fare una predica, ma io di uomini che accumulano roba come le marmotte n'ho visti tanti, e non n'ho mai visto manco uno contento."
"Come fai a spaventare un uomo quando quello che lo tormenta non è la fame nella sua pancia, ma la fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre."
"Metti che tu hai il lavoro per un operaio, e che per avere quel posto si presenta solo uno. Ti tocca dargli la paga che vuole. Ma metti che si presentano in cento. [...] Metti che quel posto lo vogliono in cento. Metti che quei cento hanno dei bambini, e che quei bambini sono affamati. Metti che dieci centesimi bastano per comprare un po' di farina di mais a quei bambini. Metti che cinque centesimi bastano per fargli mettere almeno qualcosa sotto i denti. E per quel posto si sono presentati in cento. Tu offrigli cinque centesimi, e vedi se non s'ammazzano tra loro per avere i tuoi cinque centesimi."
Ce ne sarebbero altre cento, di citazioni notevolissime...
APPUNTO (ATTENZIONE SPOILER)
Saltate tutta questa parte se non avete letto il libro.
L'unico appunto mi viene da segnalarlo per la conclusione, che mi ha lasciato un poco con l'appetito insoddisfatto, infatti non è una vera e propria conclusione. Certo non c'è la rivincita degli oppressi, ma non me l'aspettavo. Però non c'è nemmeno un indizio su una sistemazione della famiglia, si rimane lì, nel mezzo dell'ennesima difficoltà, forse anche peggiore delle altre. Forse ha senso. Forse significa che per gli Ultimi non c'è soluzione e non c'è speranza, e che sarà così per sempre.